Lavorare con i bambini e per i bambini è, come dico sempre alle mie mamme, una ‘missione ‘più che una semplice professione. Aver cura di altri esseri umani più che mai se sono bambini implica un coinvolgimento psico-emotivo non da poco.

In ogni fase della vita ed in particolare durante la prima infanzia si ha bisogno di cure come ingrediente principale per la sopravvivenza analogamente al cibo. In particolare in questa fase della vita caratterizzata da fragilità, vulnerabilità e totale dipendenza dalle figure di riferimento, la mancanza di un aiuto premuroso non permetterebbe il fiorire delle proprie possibilità di essere.

La cura del bambino è ontologicamente essenziale, lo protegge e coltiva in lui la possibilità di esistere in quanto persona amata. La “bisognosità” dell’altro si manifesta nel neonato attraverso il fenomeno dell’attaccamento alla figura materna, per poi ricomparire in altre fasi della vita sotto forma di ricerca di altro, sia esso un amico o un compagno o un’altra figura di riferimento.

Quando il neonato si affaccia alla vita si ritrova solo, contenuto dall’abbraccio della mamma che placa il terrore primitivo, ancestrale di trovarsi esposto al mondo. Nascere vuol dire esporsi al mondo ma coincide miracolosamente con l’essere accolto dalle cure materne. Una buona cura tiene il bimbo immerso nel buono, ed è questo buono che crea il terreno giusto, solido del vivere. Ecco perché ogni giorno che passa dobbiamo essere consapevoli in quanto operatori al servizio della vita, del privilegio che abbiamo ad assistere a questo miracolo. Questo ci deve riportare inevitabilmente ad una ‘sintonizzazione profonda’ con quelle che sono le nostre emozioni e la nostra vera essenza.

Lavorare sulla propria persona, ripulire quelle stanze buie lasciate chiuse per anni ci serve ad essere la risposta precipua che le mamme e i bimbi che abbiamo l’onore di affiancare ci richiedono. Il timone saldo che li conduce in porti sicuri, dove insieme possono ritrovarsi e dare inizio ad un viaggio infinito chiamato maternità.